La Certosa del Mombracco

certosa_pegone_SD.jpg

Dalla sua posizione strategica, in cima a un monte con la vista che abbraccia le pianure del saluzzese da un lato, e il complesso del Monviso dall’altra, La Certosa del Mombracco, detta Trappa, offre un meraviglioso esempio di integrazione tra l’architettura religiosa e l’architettura alpina.

Ovviamente dalla sua fondazione, nel XII, ad oggi, tante furono le trasformazioni subite; tuttavia il complesso conserva quasi intatta l'originale struttura architettonica certosina, riconoscibile sia nella chiesa di Santa Maria che nel regolare frazionamento “per celle” del caseggiato principale che ospitava appunto gli alloggi dei monaci. Il valore dell'insediamento, oltre che della fortunata posizione geografica, è testimoniato dall'articolazione e dalle sequenze degli spazi aperti (la corte, i portici, i patii e i cortili interni, il chiostro) i quali conferiscono a questa struttura, una peculiare qualità architettonica. Inoltre sono presenti un campanile ed un forno, entrambi ancora funzionanti, grazie all’impegno degli abitanti della borgata.

Lo scorso anno sono terminati i lavori di restauro degli affreschi presenti all’interno della chiesa, risultato di un lavoro decennale di una associazione locale (COSMA) che ha prima “ri-scoperto” queste opere d’arte e successivamente recuperato i fondi necessari al loro recupero restituendoli alla comunità.

 

Cenni storici

La Certosa del Mombracco, ebbe una storia complessa e travagliata, al punto che ancora oggi, il confine tra i comuni di Barge e di Envie passa tra gli edifici della Certosa, dividendo in due il complesso che appartiene in parte ad entrambi.
 

Su terre donate dai signori di Barge tra il 1253-1257, vennero edificate dal prete Taurino, cappellano del Vescovo torinese, almeno tre chiese; la prima dedicata a San Salvatore (ora ridotta a pochi resti in mezzo alla boscaglia), la seconda alla Santa Croce (attualmente scomparsa) e l’ultima alla Beata Vergine (probabilmente l’attuale Madonna della Rocca). Taurini ebbe la possibilità di scegliere a quale ordine lasciarle e scelse con tutta probabilità l’abbazia di Chateauroux presso Embrun. Comunque non ebbero futuro e vennero presto abbandonate.

Tra il 1257 e il 1274 Sinibaldo Fieschi di Bagnaria (la cui effigie è riprodotta nel medaglione dipinto situato sulla chiesa di Santa Maria), forse perchè la chiesa di San Salvatore era già in rovina, fondò un’altra chiesa sul Monte Bracco, dedicata alla Madonna e la donò alle monache certosine di Belmonte, ponendo fine alla dipendenza dai benedettini.

Nel 1277 vi fu una contesa fra le monache di Belmonte e l’abbazia cistercense di Staffarda per il possesso delle chiese. Nel 1282 i signori di Barge fecero una  consistente donazione nelle mani di Pietro Torre, sacerdote rettore delle chiese di San Salvatore e di Santa Maria per l’Ordine Certosino. In tale occasione, alle monache di Belmonte subentrò il Capitolo Generale Certosino, ma nel 1303 la certosa passò sotto il controllo di quella femminile di Buonluogo, presso Bricherasio. Le due chiese furono sottoposte, nello stesso mese, prima all’abbazia di Staffarda e poi a quella di Casanova (Carmagnola), anch’essa cistercense. Nel 1304 una sentenza arbitrale sottopose le due chiese di San Salvatore e Santa Maria alla giurisdizione spirituale e temporale di Staffarda.

Nel 1320 le chiese vennero definitivamente affidate a soli monaci, due al massimo, del medesimo ordine, comunque un documento del 1363 riporta che il numero complessivo era salito a cinque unità. Nel corso del XIV secolo vari membri della casata di Saluzzo vi si ritirarono, vi vennero sepolti e lasciarono beni alla certosa. Tra il 1378 ed il 1417 il Convento aderì al partito dell’antipapa di Avignone. Nel 1416 il marchese Tommaso III di Saluzzo dispose che sul Monte Bracco vi fossero tre chiese (San Salvatore, Santa Croce, Santa Maria).

Ancora controversie nel 1507, quando i canonici della Pieve di Santa Maria di Saluzzo reclamano il pagamento delle decime dovute al capitolo, che i monaci si rifiutano di versare.

Proprio in questo periodo, il maestro fiorentino Leonardo da Vinci, veniva a conoscenza della quarzite e della sua estrazione, come egli stesso scriverà pochi anni dopo in un manoscritto originale a lui attribuito.

La peste del 1630 provocò l’abbandono del convento che, nel 1642, fu incorporato dalla Certosa di Collegno. Nel 1794 re Vittorio Amedeo III fece acquistare alcuni fabbricati dalla Certosa di Collegno per donarli ai Trappisti e nel 1794 un piccolo gruppo di frati Trappisti francesi, sfuggiti alla Rivoluzione, giunse a Monte Bracco, da qui il nome trappa.


Nel 1801 Napoleone soppresse il monastero e, l’anno successivo, gli ultimi 5 frati trappisti rimasti furono costretti ad abbandonare il Mombracco. Il complesso venne ceduto a privati ed adattato ad abitazioni contadine.

Negli anni successivi, piccole comunità hanno vissuto nella zona mettendo in luce insediamenti molto antichi. Agli inizi degli anni '90 grazie a studi approfonditi su ritrovamenti e ricerche archeologiche, si è potuto stabilire con certezza come l'intera area sia stata popolata fin dal tardo neolitico. Ancora oggi è possibile visitare luoghi con interessanti incisioni rupestri.

Storia di un restauro

Nel 2005 l’accurato lavoro di ricerca di un gruppo di volontari esperti in arte ha riscoperto alcuni affreschi situati nella zona absidale della piccola chiesa di Sant'Anna all'interno della Certosa. Sui lati, poste una di fronte all’altra, due figure di santi, uno dei quali forse San Bruno, sulla volta si notano i quattro evangelisti (a destra San Marco con il leone e San Giovanni con l’aquila, a sinistra San Luca e San Matteo), risalenti forse all’età rinascimentale e nella parte superiore dell’arcata che chiude la parete di fondo un’ Annunciazione dai tratti delicati.

«È stata l’iconografia a svelarci la verità: il leone e l’aquila, simboli di San Marco e San Giovanni». A  spiegarlo è Carla Galli, restauratrice incaricata dei lavori di recupero artistico della chiesa . «A realizzarli una mano rinascimentale per la forte espressività dei volti - dice Galli -. Sono stati eseguiti di getto».

Più artisti avrebbero abbellito l’abside ma per capirlo servirà un’analisi dei colori o uno studio stilistico comparato. I lavori sono terminati nella primavera del 2019 ed ora gli affreschi sono visibili a tutti i visitatori.

Affresco centrale.jpg