Fauna e flora locali

Vegetazione

 

L'ampiezza del massiccio del Mombracco, le varie quote altimetriche, le diverse esposizioni al sole e le conseguenti situazioni climatiche, sommate all'ampia varietà di suoli, determinano la presenza di numerosi tipi di habitat che non possono non influire sullo sviluppo della vegetazione spontanea.
Per quanto riguarda le piante arboree, su tutte prevale il bosco di latifoglie, di castagno (Castanea sativa) fino alla quota media di circa 900 metri, mentre più in alto è sostituito da essenze spontanee che, a seconda delle zone, possono essere rappresentate prevalentemente da betulla (Betula verrucosa), carpino (Carpinus betulus), faggio (Fagus sylvatica) o nocciolo (Corylus avellana).
La faggeta sicuramente è regredita, come pure è avvenuto per il carpino e l'ontano e attualmente presentano solo più formazioni sporadiche, tutte nella fascia altimetrica più elevata. Diverso è il caso della betulla, che invece tende a diffondersi notevolmente, soprattutto nelle zone più in alto, un tempo destinate a pascoli dagli abitanti dei comuni posti sulle pendici della montagna, ricoprendo, in particolare, le aree più rocciose o ricche di detriti, grazie alle sue ottimali capacità di adattamento. Ma si può trovare anche a quote modeste, come nel caso dell'estremo lembo sud-orientale, nel territorio del Comune di Revello, immediatamente a ridosso della strada che collega questo paese con quello di Rifreddo.

A causa dell'intensità della pressione antropica, datata storicamente, sono praticamente scomparse le estese formazioni vegetali originarie di quercia (Quercus sessiliflora e Quercus pubescens), sostituite soprattutto dal castagno. Anche la zona del carpino si è notevolmente ridotta a pochi esemplari sparsi. Come esempio sussiste, per il carpino, il toponimo della Fontana del Carpo, una sorgente posta appena sotto la Croce di Rifredddo (1187 m) e, per la roverella, nel territorio di Sanfront, Rocca la Casna, sede di importanti incisioni rupestri.
L'ambiente del Mombracco ha visto insediarsi tutt'intorno al rilievo, sia sui territori montani che su quelli già verso la pianura, diverse comunità, certamente da almeno un millennio ma, molto probabilmente, ancora prima, come testimoniano le suddette incisioni sulla roccia. E' stato, quindi, sede di coltivazioni, fino ad una quota media di circa 700-900 metri, dove sono localizzate numerose meire, le case che si trovano fino a questa fascia altitudinale e le suggestive balme, rocce spioventi, al riparo delle quali l'uomo ha addossato muri di abitazioni. Oggi circondate dalla boscaglia, fino a non molti decenni fa erano la dimora permanente di famiglie di agricoltori, che qui strappavano alla terra l'essenziale per vivere, anche se è probabile che ci fosse, in proprietà, un qualche appezzamento di terreno a quote più basse o in pianura. In tutto questo mescolarsi di ambiente naturale ed ambiente antropizzato, la parte predominante di vegetazione è data dal castagno, una pianta non originaria di queste zone, né di altre in Europa, dove è ovunque ampiamente diffuso, bensì importata dai Romani dall'Asia Minore, sua terra di origine e inserita ovunque essi hanno spinto il loro controllo territoriale. Infatti ne intuirono subito l'enorme importanza economica per l'uomo, insediato nelle zone collinari e montane fino a circa 1000 metri di quota. Non c'è stato, infatti, solo uno sfruttamento delle ottime qualità del suo legno ma soprattutto un utilizzo alimentare del frutto, la castagna, ricco di amido e, dunque, con un elevato potere energetico.
Il bosco di castagno è stato generalmente governato a ceduo composto. Alcuni alberi, tagliati alla base (ceduo), emettono germogli dal ceppo, conferendo alla pianta un aspetto cespuglioso e consentendo così, con tagli periodici, di ricavare legname per pali o altro. Altri sono stati lasciati crescere naturalmente, costituendo la fustaia. In quest’ultimo caso, ovviamente, si privilegia la produzione dei frutti.

Aldo Molinengo

Fauna

 

La varietà di ambienti naturali o scarsamente antropizzati del Mombracco (dalle pendici boscose della parte bassa ai dirupi e alle pietraie di quella medio-alta, fino alla spianata sommitale rimboschita a conifere, alternata a praterie aride e cave abbandonate), si rivela preziosa per la sopravvivenza di molteplici specie faunistiche, tra le quali emergono alcune presenze di straordinario rilievo, riferite in particolare all'ornitofauna.
Tra i grossi mammiferi, si stanno diffondendo gli ungulati (cinghiale, capriolo), favoriti rispetto ad altre specie d'interesse venatorio come lepre e minilepre (quest'ultima frutto di reintroduzioni).
Le macchie arbustive offrono riparo e nutrimento ai roditori: lo scoiattolo, il ghiro, il moscardino, il topo campagnolo, a loro volta preda di rapaci o carnivori come la volpe, la faina, la donnola.
L'unico mustelide di grossa taglia sopravvissuto risulta il tasso, poiché viene data per estinta la lontra, che in passato popolava i corsi d'acqua della zona. Tra gli insettivori non mancano il riccio, la talpa e il toporagno, mentre i ripari sottoroccia più profondi (barme) ospitano piccole colonie di pipistrelli.
Versanti soleggiati e pietraie costituiscono ecosistemi idonei per la vita dei rettili: la vipera aspide, il biacco, la rara coronella austriaca, la lucertola muraiola e il ramarro; l'orbettino e la natrice o biscia d'acqua invece prediligono le zone umide, frequentate pure dagli anfibi come la rana rossa, il rospo comune, la salamandra pezzata.
Come già accennato, il Monte Bracco ospita importanti specie ornitologiche: l'alternanza di roccioni strapiombanti e zone boschive favorisce la nidificazione di parecchi rapaci diurni (poiana, gheppio, sparviero, astore); importantissima la presenza in zona di coppie nidificanti di falco pellegrino, più che mai bisognoso di tutela perchè, alle soglie del 2.000, la sua sopravvivenza è compromessa da inammissibili saccheggi delle nidiate.
Sempre sul massiccio del Monte Bracco, è stato segnalato un altro splendido rapace, il biancone, noto anche come "aquila dei serpenti" per via delle prede che cattura abitualmente.
Gli strigiformi più comuni nei boschi sono l'allocco e la civetta, riconoscibili dai caratteristici richiami notturni.
Facilmente identificabili con lo stesso criterio i corvidi (cornacchia nera, corvo imperiale, ghiandaia, gazza), il cuculo, il colombaccio, il picchio verde e il picchio rosso maggiore; assai più elusivi invece il picchio muratore, il coloratissimo picchio muraiolo, il rampichino, l'upupa, il succiacapre.
I passeriformi più conosciuti, di cui si fornisce qui un incompleto elenco, sono il merlo, lo storno, il codirosso, la ballerina bianca e quella gialla, la cinciallegra, la cinciarella, la cincia mora, il codibugnolo, l'usignolo, il pettirosso, la capinera, il fringuello, il cardellino, il verdone, l'allodola e per concludere due volatili minuscoli come il regolo e lo scricciolo.

Costanzo Lorenzati e Mario Chiabrando